Una volta riconosciuto il problema e richiesto l’aiuto di professionisti, la psicoterapia rappresenta uno degli strumenti più efficaci per affrontare la dipendenza da gioco d’azzardo. Il percorso terapeutico mira non solo a ridurre o eliminare il bisogno di giocare, ma soprattutto ad aiutare la persona a riconquistare il controllo sulla propria vita.
Durante le sedute, il terapeuta lavora su diversi livelli:
Il tutto avviene in un percorso graduale, volto a restituire autonomia, autostima e la capacità di progettare un futuro libero dal gioco. La psicoterapia, quindi, non si limita all’astinenza, ma si occupa di rimettere insieme i tasselli della vita della persona, offrendo strumenti concreti per tornare a viverla pienamente.
La psicoterapia, in questi casi, non si limita a eliminare il sintomo visibile della dipendenza – ovvero il gioco – ma lavora in profondità per aiutare la persona a recuperare il controllo sulla propria vita. Gli obiettivi principali della terapia includono:
In molti casi, la terapia coinvolge anche la famiglia, aiutando i cari a riconoscere i meccanismi di supporto più efficaci e a rompere i circoli viziosi di complicità involontaria. Questo percorso di cura, se intrapreso con tempismo e costanza, può davvero restituire qualità e serenità alla vita di chi è invischiato nella dipendenza.
Alla base della dipendenza da gioco d’azzardo troviamo un preciso meccanismo neurologico che coinvolge il nostro sistema di ricompensa cerebrale. Ogni volta che proviamo piacere, ad esempio mangiando, ricevendo attenzioni o vivendo un’esperienza gradevole, il cervello rilascia dopamina, una sostanza che ci fa sentire appagati e felici. Questo rilascio di dopamina rafforza la tendenza a ripetere quei comportamenti che ci procurano benessere.
Anche il gioco d’azzardo, soprattutto nelle sue forme più coinvolgenti come slot machine, scommesse o “Gratta e Vinci”, stimola lo stesso circuito di ricompensa. La possibilità di vincere – anche solo occasionalmente – produce un “picco” di dopamina simile a quello che avviene per stimoli vitali come cibo o affetto, creando così un’associazione tra gioco e piacere intenso.
Col tempo, questa associazione si consolida sempre di più, al punto che il desiderio di giocare non nasce più solo dalla ricerca del divertimento, ma diventa un bisogno impellente. Il cervello, infatti, tende a “imparare” che il gioco può portare gratificazione, e spinge la persona a ripetere il comportamento, innescando un circolo vizioso difficile da spezzare.
In sintesi, la dipendenza dal gioco d’azzardo si radica proprio in questa alterazione del normale funzionamento del sistema di ricompensa cerebrale, trasformando un passatempo in una necessità fuori controllo.
Il nostro cervello ha un ingegnoso sistema di ricompensa. Ogni volta che svolgiamo un’azione utile per la sopravvivenza—come mangiare o socializzare—viene attivato un meccanismo che ci fa provare piacere, grazie al rilascio di dopamina. Questa sostanza, detta anche “ormone del piacere”, ci motiva a ripetere quei comportamenti utili.
Nel caso del gioco d’azzardo patologico, questo stesso circuito viene ingannato. Le vincite episodiche e l’attesa del risultato, siano esse legate a una slot machine o a un gratta e vinci, scatenano un intenso rilascio di dopamina. Il cervello inizia allora a trattare il gioco come se fosse un’attività fondamentale, rinforzando il desiderio di giocare ancora e ancora.
In pratica, il comportamento viene “premiato” proprio quando, per il benessere della persona, sarebbe meglio fermarsi. È così che la dipendenza si radica: il bisogno di provare di nuovo quella scarica di piacere diventa irresistibile, anche quando il gioco ha smesso da tempo di essere divertente e innocuo. La mente continua a cercare la stessa sensazione positiva, anche di fronte a perdite, problemi economici e difficoltà nelle relazioni, spiegando perché il disturbo riesca a imprigionare così profondamente chi ne è colpito.