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Il disturbo da alimentazione incontrollata, noto anche come DAI, si manifesta con episodi ricorrenti di consumo eccessivo di cibo, spesso in modo rapido e in assenza di fame reale. Chi ne soffre sente un impulso difficile da controllare, che porta a mangiare grandi quantità di cibo in breve tempo, talvolta persino programmando questi episodi e scegliendo alimenti specifici.
Le abbuffate si verificano spesso in solitudine, per il senso di imbarazzo e colpa che segue. Non è raro che la persona perda completamente il controllo durante questi momenti, arrivando in alcuni casi a non ricordare bene che cosa e quanto ho mangiato, soprattutto se l’episodio avviene di notte.
A volte, alle abbuffate fanno seguito periodi in cui l’alimentazione viene drasticamente ridotta, generando uno squilibrio nei livelli di zucchero nel sangue e rinforzando il desiderio di cibo. Questo meccanismo crea un circolo vizioso difficile da interrompere, in cui il rapporto con il cibo diventa fonte di disagio emotivo e fisico.
Nel caso del disturbo da alimentazione incontrollata, è possibile osservare una serie di comportamenti ricorrenti che possono fungere da campanello d’allarme. Le persone che ne soffrono spesso sono inviate da:
Questi comportamenti, specie se frequenti e associati a uno stato di sofferenza psicologica, possono indicare la presenza di un disturbo alimentare. Un percorso specialistico consente di individuare precocemente il problema e proporre un trattamento adeguato personalizzato.
Il disturbo da alimentazione incontrollata (DAI) si distingue dagli altri disturbi alimentari, comeanoressiaebulimia, per alcune caratteristiche specifiche. Chi soffre di DAI vive episodi ricorrenti di abbuffate – ovvero, consuma grandi quantità di cibo in un breve arco di tempo – ma, a differenza dellabulimia, non mette in atto comportamenti compensatori come vomito autoindotto, uso di lassativi o un esercizio fisico eccessivo per “rimediare”.
In altre parole, dopo un’abbuffata, la persona con DAI tende a non adottare strategie drastiche per eliminare le calorie introdotte, ma può alternare periodi di abbuffate a fasi in cui cerca di limitare drasticamente l’assunzione di cibo.
Rispetto all’anoressia nervosa– disturbo caratterizzato da restrizione calorica e una marcata paura di ingrassare – il DAI coinvolge generalmente persone di ogni genere e presenta prevalenza una simile sia tra uomini che donne, mentre l’anoressiaè molto più frequente nelle donne.
In sintesi:
Riconoscere queste differenze è fondamentale per identificare il percorso terapeutico più idoneo e personalizzato.
Il disturbo da alimentazione incontrollata, noto anche come binge eating, può avere un impatto negativo sia sulla salute fisica che psicologica della persona.
Sul versante psicologico, sono comuni sintomi come ansia, depressione e un peggioramento generale del benessere emotivo. Questi aspetti possono rafforzare il circolo vizioso che alimenta ulteriori episodi di abbuffate.
Dal punto di vista fisico, uno degli effetti principali è l’aumento di peso, che può portare, nel tempo, allo sviluppo di obesità. L’obesità, a sua volta, è spesso associata a condizioni mediche come:
Vale la pena sottolineare che affrontare il disturbo tempestivamente, con il supporto di specialisti, permette di contrastare efficacemente queste complicazioni e migliorare la qualità della vita.
La diagnosi del disturbo da alimentazione incontrollata (binge eating) avviene attraverso una valutazione clinica approfondita, solitamente condotta dal medico di base o da uno specialista (psicologo, psichiatra). Il primo passo è un colloquio volto a raccogliere dettagli sulle abitudini alimentari e sulle eventuali difficoltà vissute dalla persona nella gestione del cibo.
Durante la valutazione, il professionista si sofferma su alcuni segnali caratteristici, come:
Se questi elementi sono presenti con una certa frequenza e comportano un impatto negativo sulla salute fisica, psicologica e sociale, può essere indicata una diagnosi di disturbo da alimentazione incontrollata.
In caso di sospetto, il medico può consigliare una valutazione specialistica per confermare il quadro clinico e individuare il percorso terapeutico più adatto.
Un episodio di salto di alimentazione eccessiva può capitare a molti, ma è il momento di chiedere supporto quando le abbuffate diventano ricorrenti e iniziano a interferire con il benessere fisico, emotivo o relazionale. Se senti che la difficoltà nel gestire il rapporto con il cibo si ripercuote sulla qualità della tua vita o provoca disagio, è consigliabile parlarne con il medico di famiglia. Questo primo passo permette di valutare la situazione ed eventualmente essere indirizzati verso un percorso specialistico con psicologo, psichiatra o altri professionisti esperti nel trattamento dei disturbi alimentari. Non si tratta di debolezza: chiedere aiuto può rappresentare una fondamentale per avviare un percorso di recupero personalizzato.
Quando si parla di perdita di peso nel contesto del disturbo da alimentazione incontrollata (DAI), è essenziale considerare che l’obiettivo principale non è semplicemente la bilancia, ma il benessere complessivo della persona. Le terapie che proponiamo non mirano direttamente al dimagrimento: la priorità è ritrovare equilibrio rispetto alle abbuffate e recuperare un rapporto sereno con il cibo.
Spesso, quando si riesce a gestire meglio gli episodi di perdita di controllo, il peso può ridursi in modo graduale e spontaneo, soprattutto se il percorso terapeutico è affiancato da una routine di movimento regolare. Non esiste una “ricetta veloce”: il dimagrimento avviene nel rispetto della persona e solo quando i presupposti psicologici sono solidi.
Se la perdita di peso diventa un obiettivo, è raccomandabile farsi seguire da uno specialista in nutrizione – come un dietista o un nutrizionista – che sappia costruire un piano alimentare su misura, senza imposizioni rigide e senza alimentare il senso di colpa. L’approccio è integrato:
La ripresa di un’attività fisica, possibilmente piacevole e graduale, non viene proposta come “punizione”, ma come sostegno generale – anche per l’umore. Basta semplicemente camminare o sport leggeri per cominciare; nessun obbligo a diventare maratoneti!
Un invito importante: evitare approcci drastici o diete restrittive senza un supporto clinico, perché possono peggiorare il disturbo e la relazione con il cibo. La perdita di peso, in presenza di DAI, è un processo che si accompagna a un lavoro psicologico e relazionale.
Per ogni dubbio, il nostro staff resta a disposizione per orientare su percorsi mirati e multidisciplinari, nel rispetto delle tempistiche e delle esigenze personali.